Il mio trasferimento a Torino non è stato un processo veloce e imminente. È stato, per la prima volta, un cambiamento lento e pensato. Non ero mai stata nella capitale sabauda fino a quando non mi sono trasferita nell’ormai lontano 2015 a Biella. Così, tra un evento e l’altro, ho iniziato a conoscere questa città, fino a quando nella primavera del 2016 non ho iniziato a uscire con un timidissimo ma simpaticissimo torinese (che per i sei mesi precedenti era un presuntuoso e arrogante torinese) che poi è diventato Gianduiotto.

Il torinese doc alla fine ha compiuto l’impresa storica: riuscire a mettere in discussione la mia scala delle mie priorità, spostando l’ordine del “cuore” con quello del “lavoro”.

Così da martedì 1 agosto 2017 sono diventata torinese, o meglio, sono torinese sulla carta. Ci tengo a precisare che rimango napoletana a tutti gli effetti, eh. Sono passati già 13 mesi da quel giorno e devo dire, così come per tutte le città, tante cose sono cambiate e che alla fine un po’ sabauda sto diventando.

Eh sì, sarà che Gianduiotto è torinese doc da sedicenti generazioni (caso più unico che raro a Torino), sarà che vivo al Quadrilatero Romano ma mi sono accorta che tante piccole mie abitudini stanno cambiando. Ispirandomi a un articolo scritto da VivoTorino, ho pensato di stilare la mia lista di abitudini cambiate dopo che mi sono decisa a trasferirmi a Torino.

Trasferirsi a Torino: chiedere «com’è?»

Il mio processo di piemontesizzazione è cominciato a Biella. Dopo poche settimane trascorse nella Valle Cervo incontrai mio cugino e mi uscì spontaneo e per la prima volta chiedergli «Com’è?». Ebbe una specie di sussulto: lui, napoletano puro sangue e allenatore di calcio trapiantato a Biella da più di dieci anni, aveva sentito me involontariamente emulare le popolazioni indigene. Che poi a pensarci bene quando uno ti chiede «Com’è?», l’altro dovrebbe rispondere «Com’è cosa?»: non sembra un modo per chiedersi «Come va?».

È stato il primo campanello d’allarme, ma non l’ho reputato un sintomo grave, anzi. D’altra parte è un’espressione tipica piemontese e non strettamente sabauda, no?

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Trasferirsi a Torino: accettare la pizza al padellino come alternativa alla pizza autentica.

Non smetterò mai di dirlo. La pizza è unica e sola. Pertanto esiste un disciplinare stipulato dall’Associazione Verace Pizza Napoletana che ne attesta le caratteristiche. Tuttavia, ammetto che non mi scandalizzo a mangiare le tante altre declinazioni di questo prodotto. Qualche settimana fa, infatti, sono andata a mangiare la pizza al padellino nello storico locale “Antica Pizzeria del Borgo“, meglio noto come “dalla Negra”.

Di certo l’impasto non era morbido, la mozzarella non era di bufala ma devo ammettere che la pizza al padellino non è assolutamente male, anzi. È una delle migliori pizze diverse che abbia mai mangiato.

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Trasferirsi a Torino: non impazzire nel fare la spesa a Porta Palazzo.

Sono cresciuta nel negozio di frutta e verdura dei miei nonni, per cui girare tra i banchi per me è un’azione molto naturale. Devo ammettere, però, che girare a Porta Palazzo senza impazzire è stata una dei primi segnali di allarme al mio processo di sabaudizazzione. Insomma, provateci voi a fare la spesa mentre la gente urla, ti spingono con passeggini, carrelli, carro armati da passeggio e bambini urlanti. Bene, se fossi stata a Napoli avrei iniziato ad adattarmi al contesto, ma devo ammettere che nel tempo ho sviluppato un certo zen piemontese per cui fare la spesa a Porta Palazzo è diventato uno dei motivi per trasferirsi a Torino.

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Trasferirsi a Torino: capire le regole del controviale

Premetto che ho preso la patente a Napoli ma che ho poi iniziato a guidare 8 anni dopo a Biella. Sì, ho fatto il rinnovo di patente dopo averla usata per soli 2 anni. Al di là di questo, non riesco ancora a capire quali sono le leggi che regolano la circolazione a Torino e in particolar modo il controviale. Le auto sbucano, corrono, si fermano: insomma, io non ci capisco proprio niente della viabilità torinese.

Confesso che il buon Gianduiotto ha provato a spiegarmele, ma io non ho ancora metabolizzato la cosa. Secondo me, dovrebbero regalare un opuscolo a chi si registra nel capoluogo sabaudo del tipo “Controviale: come percorrerlo senza morire“. Siete d’accordo?

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Trasferirsi a Torino: ricordare i nomi delle strade intitolate in ricordo dei Savoia

Se c’è un posto dove una napoletana non dovrebbe trasferirsi è proprio Torino. Questa dose estrema di storia dei Savoia non fa bene al mio animo profondamente meridionale. Ammetto, quindi, che mi è davvero difficile ricordare le strade intitolate a Umby & co. Trasferirsi a Torino significa imparare dove si trova: Piazza della Duchessa con la coscia offesa di Savoia, Via del Principe Gennaro Filiberto, Vicolo del Re Umberto ventordicesimo.

Che poi essendo una casata, pare che i nomi siano sempre gli stessi, ma invece no, anche perché poi i torinesi abbreviano tutto. Per cui Piazza Vittorio Veneto diventa Piazza Vittorio, oppure Corso Vittorio Emanuele diventa Corso Vittorio.

Torinesi, vi prego: abbiate pietà di noi!

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Trasferirsi a Torino: entrare e uscire da San Salvario senza usare Google Maps.

San Salvario è il cuore della movida torinese e io, che sono una vera volpe in fatto di orientamento stradale, mi perdo sempre. Cerco di crearmi dei punti di riferimento, di guardare le insegne dei locali, dei costruire degli itinerari mentali ma alla fine mi perdo. San Salvario mi sembra il labirinto del minotauro torinese, che giri e rigiri ti ritrovi sempre allo stesso posto.

La mia Arianna, manco a dirlo, è sempre lui: Gianduiotto.

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Trasferirsi a Torino: incontrare ogni due per tre uno dei componenti dei Subsonica.

Sono un’appassionata di musica. Confesso che spesso vado ai concerti, ai festival o eventi musicali. Per questo per me può essere più semplice incontrare musicisti. La prima volta che ho incrociato Pierfunk mi sono detta “ma questo lo conosco”, ma non riuscivo a capire dove l’avessi visto. Poi però dopo un paio di settimane ho beccato per strada Ninja, Casacci e Samuel e allora ho poi realizzato che Pierfunk era un’ex Subsonica.

Quello che poi è successo negli ultimi mesi è che li ho rivisti ovunque, tanto che per un periodo ho pensato che ognuno di loro avesse dei sosia sparsi per la città. Al di là degli scherzi, mi sono così abituata a incontrarli ovunque che anche quando ho avuto modo di conoscerli, non mi sono sentita a disagio. Insomma, sono i Subsonica e sono di Torino e anche io adesso sono di Torino.

Ma quello che mi ha fatto pensare è che la mia verve napoletana si stia trasformando in aplomb torinese, per le reazioni che ho avuto quando ho visto la Littizzetto, Levante e Catalano.

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Trasferirsi a Torino: terminare ogni frasi con “neh”

Grazie alla convivenza con Gianduiotto, ho ormai iniziato a terminare qualche, e sottolineo qualche, frase con il sabaudo “neh”. Tutto è cominciato un po’ per scherzo ma poi è diventata un’abitudine, neh.

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Trasferirsi a Torino: riuscire a dire «du puvrun bagna’n’t l’oli»

Dopo anni e anni di prove con i amici calabresi esiliati all’ombra della Mole, un giorno di qualche mese fa ho iniziato a ripetere questa frase fino a quando non l’ho detta veramente bene. Ero così stupidamente contenta che ho registrato dei messaggi vocali di me che dicevo «du puvrun bagna’n’t l’oli».

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Forse il caso di fermarsi con le cose che sono cambiate da quando vivo a Torino, non vorrei che poi alla fine divento torinese per davvero, neh.

About friariella

Travel blogger per caso, Napoletana per scelta. Sono un'intalliatrice agonistica e campionessa mondiale di aperitivi e bis. Mi piace viaggiare low cost, amo la buona musica e di ogni festa divento il giullare.