Alla triennale in Scienze della comunicazione ho scritto una tesi di laurea in semiotica. Ho sempre avuto il pallino di dare un “senso” alle cose, alle parole e alla situazioni. Non è un approccio scientifico, ma più viscerale, più semantico.

Le parole parlano per noi e definiscono la nostra percezione della realtà. Un po’ come la storia che gli eschimesi hanno circa 40 modi per indicare il ghiaccio e noi solo uno. La realtà non ha solo un punto di vista, ma più modi per decodificarla e viverla.

Non mi piace fare i bilanci e non per paura di aver fallito, ma più per aver accettato con pazienza che in questa vita, o almeno in questa mia, non si possono fare programmi e che il bello è proprio di non aver aspettative. 

Dicevamo, si fa sempre più fatica a chiamare le cose per quello che sono. È più facile utilizzare gli inglesismi prima di prendere contatto con la realtà. A chi mi ha chiesto perché sono sparita ho detto “sono finita in burnout” o più semplicemente poi “ho avuto un esaurimento nervoso”.

Fa paura ammettere le proprie debolezze. Fa paura rendersi conto di non essere invincibili. Fa paura rendersi conto che c’è qualcosa che non va. Chi vorrebbe avere delle analisi da manuale ma sentirsi così privo di forze da non essere capace di mettere piede a terra? A chi piacerebbe spendere settimane a letto a piangere senza un apparente motivo? O far fatica a uscire di casa per passeggiare per l’isolato?

Si chiama “burnout”, dicevamo, ed è una merda assoluta. Ecco, per raccontarvi del mio 2018, anziché scimmiottare la moda di quest’anno in cui tutti fanno vedere le stesse identiche stories, io vi parlo di me. Ho il coraggio di espormi, di dire che sì è stata una gran merda ammalarmi. Che sì ho sofferto come un cane e no, non lo auguro nemmeno al mio nemico.

Non scrivo questo post per raccattare pietà e like a manetta. Lo scrivo per Beatrice, la persona che involontariamente mi ha cambiato la vita.

Era una mattina di aprile quando, come tutte le mattine,  stavo andando a lavoro e aspettavo il treno al binario 2 di Porta Susa. Le urla di un gruppo di ragazzini ha dissolto la mia mente dai miei pensieri. E poi la confusione, la gente che schizza, le autoambulanze che corrono e che arrivano quasi sul binario. Beatrice si è tolta la vita solo perché la prendevano in giro perché era grassa. Beatrice ha avuto la forza di pianificare tutto e di girarsi di spalle alla vita, proprio come ha deciso di suicidarsi, buttandosi di schiena sotto al treno.

Io ero lì, non ho visto tutto, ma quello che ho visto mi è bastato. È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso del mio equilibrio precario, fatto di rospi troppo grandi da ingoiare, di strategie di sopravvivere e di tanta tanta tanta rabbia. 

Beatrice si è uccisa. Beatrice mi ha salvata.

Il suo gesto mi ha dato le chiavi in poche ore per finire in burnout, la merda pazzesca che si prende gioco di te, della tua vita e delle tue emozioni. Diventi la controfigura della tua peggiore te. Le tue giornate sono ritmate da pianti, gocce per dormire e ore spese a fissare il vuoto. Tu sei il padrone di te stesso ma anche schiavo della tua malattia.

Siamo tutti invincibili, nessuno è depresso. In una società in cui siamo tutti sempre iperconnessi, super sorridenti in ogni scatto su Instagram, in cui mangiamo almeno 4 volte a settimana un hamburger con 40 kg di patatine fritte ma siamo magri come un grissino, essere malata è un problema. Se poi si tratta di un problema psicologico, sei ancora di più un’aliena.

Parlarne con gli altri, ma anche no. Meglio nascondersi dietro a un filtro. Nessuno è depresso. Eppure quando poche settimane fa ho postato una foto accennando a quello che mi è successo, in tanti mi avete scritto.

Quindi, se proprio vogliamo fare una lista dei buoni propositi per questo 2018, abbiate le palle. Sì, abbiate le palle. Non di fare chissà che cosa, ma di guardarvi allo specchio e dire “io in questa vita non ci sto più bene”. Abbiate le palle di chiamare la psicoterapeuta, come ho fatto io, e dirle “mi aiuti non sto bene”. Abbiate il coraggio di chiedere aiuto. Abbiate il coraggio di ammettere che non siamo invincibili. Abbiate il coraggio di dire le cose come stanno, con voi stessi e con gli altri.

Questo post è scritto per Beatrice e per tutte le vittime di bullismo che hanno deciso di porre fine alla loro esistenza. 

About friariella

Travel blogger per caso, Napoletana per scelta. Sono un'intalliatrice agonistica e campionessa mondiale di aperitivi e bis. Mi piace viaggiare low cost, amo la buona musica e di ogni festa divento il giullare.