Mi stanno dicendo che devo sfogarmi e devo gettare via il mio star male. Mi dicono che sono preoccupati per me perché sono irrimediabilmente chiusa a scatti alterni in un mutismo che non mi compete: parlo sempre tanto, rido rumorosamente e sorrido sempre noleggiando l’entusiasmo dei bambini. Si è soliti pensare che si è invincibili, che le cose non capitano mai a te e che la tua piccola e mediocre quotidianità è murata da colate di cemento di noia e pressappochismo: ci sbagliamo di grosso.

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Questo non è un post di viaggi, questo non è un post di consigli: questo è un post su di me, un post di pancia. Per giorni ho pensato se valesse la pena scrivere quello che mi è successo, per giorni ho cercato di capire cosa fosse giusto per me: devo ripartire da me stessa ed il modo migliore per farlo, per me, è sempre stato scrivere.

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E’ successo tutto giovedì della settimana scorsa: il giovedì è il giorno in cui esco da lavoro prima, torno a casa e metto a posto il mio post per IgersNapoli, per la mia rubrica #AltraNapoli. Succede così ogni giovedì. O quasi. Lo scorso 27 novembre mentre uscivo da lavoro e sfogliavo i miei pensieri banali un uomo mi ha aggredito, provando prima ad abusare fisicamente di me e poi, dopo che ho reagito lanciandogli un ombrello in testa, ha provato a scipparmi la borsa trascinandomi a terra.

Non so se è stato l’attaccamento alle cose ( sono una materialista forse?), lo spirito di sopravvivenza o lo spirito di: vaffanculo è roba mia perché sei venuto a rompermi i coglioni. So solo che nonostante il ginocchio sbucciato ed i pantaloni rotti gli ho corso dietro urlando con tutta la forza che potevo. Ho urlato talmente forte che le parole mi uscivano fuori come schiacciate dalla rabbia.

No ma queste cose succedono solo a Napoli. Ed invece: invece è successo a Reggio Emilia, nella città che quello stesso giorno secondo il Sole 24 ore è stata definita la quinta città d’Italia per vivibilità: quanto è beffardo il destino. Ho subito un’aggressione a due giorni dalla giornata mondiale contro la violenza sulle donne nella quinta città più vivibile d’Italia: non potevo chiedere di meglio.

Quello che non sempre viene raccontato, però, che nell’ #AltraNapoli quella fatta di persone per bene e generose come me, la gente se sente urlare una ragazza si ferma e l’aiuta. Ed io ubriacata dalla disperazione, la rabbia e la paura per una sera mi sono sentita a casa: le mie urla hanno richiamato l’attenzione degli studenti dell’Università di Reggio Emilia che stavano uscendo in quel momento dalle lezione e con le macchine hanno accerchiato il mio aggressore e l’hanno fermato. Ma non solo: l’hanno bloccato, hanno chiamato la polizia, hanno chiamato il 118 e mi hanno tenuto compagnia fino a quando non è arrivata l’ambulanza.

Ho recuperato la borsa, ho ripreso a lavorare ma cosa si è portato via con sè questa persona di me? Cosa succede quando una persona viene aggredita? Si fa sempre presto a giudicare, a dire che passerà e che in fondo sono cose che capitano: giuro che una di queste volte rispondo “fammi una chiamata quando capita a te, sempre se ne avrai la forza”. Non c’è un modo per reagire e per stare bene, ma c’è una cosa essenziale da fare: non giudicare. Non giudicate chi dopo una violenza ha perso qualche rotella, chi sta in silenzio, chi non dorme più se non con un faro acceso puntato sul comodino o chi decide di farla finita. Così come non giudicate le cose e le situazioni dalle etichette: queste cose dicevano che succedono solo a Napoli e dopo 27 anni di onorata cittadinanza napoletana sono stata aggredita nella tranquilla Reggio Emilia, se non è paradosso questo!

 

About friariella

Travel blogger per caso, Napoletana per scelta. Sono un'intalliatrice agonistica e campionessa mondiale di aperitivi e bis. Mi piace viaggiare low cost, amo la buona musica e di ogni festa divento il giullare.