È difficile spiegare che cosa si provi a visitare una città che poco meno di una settimana prima è stata presa sotto assedio da un gruppo di azioni senza senso. Dovevo essere anche io lì quella sera, quella maledetta sera del 14 luglio quando un pazzo senza ragione, bandiera e religione ha deciso di uccidere in pochi secondi tante vite, spazzando via l’esistenza di queste persone come dei birilli che cadono al primo strike.

C’è della vita in quella folla impazzita in cerca di riparo. C’erano delle storie, degli affetti, delle famiglie e delle bandiere in quella sciame di persone in cerca di un perché, di un conforto e di serenità. Riuscire a capire che cosa è successo credo che sia umanamente impossibile, benché i giornali di tutto il mondo tentino invano di propinarci tante versioni diverse. La storia, la vera storia, la verità sui fatti non la sapremo mai, o almeno non in questa città.

C’è bisogno di fermarsi un attimo e capire in che direzione questo mondo sta andando. C’è bisogno di respirare, sentire l’odore forte del male a pochi metri da dove sono avvenuti i terribili fatti, a darti una forte scossa mentre la tua mente si affolla di brutti pensieri, di visi sconosciute, di urla che pensi di aver sentito, di sangue che ti senti addosso, di corpi straziati che cerchi di eliminare con l’immaginazione. Respiri. Non è nulla. Non può esser andata così.

La fila lunga di fiori una settimana dopo la strage è già ricca di bouquet appassiti, quasi a voler dire che poi alla fine tutto si cancella in questo mondo, soprattutto quando i riflettori si spengono. Non c’è limite al dolore, ma c’è il tempo a metterne un limite. Il dolore si altera, si diluisce tra gli impegni quotidiani, tra le preoccupazioni inutili e plastiche della routine e tutto riprende un’espressione composta e ordinata. Tutto, proprio tutto, anche il dolore più forte.

Vivendo a Napoli, non mi sono stupita nel vedere metri e metri di distese di fiori e candele: qualsiasi sia il motivo, l’uomo ha un solo modo per rendere omaggio ai cari defunti e lo facciamo tutti allo stesso modo, che sia una vittima della camorra, di un male incurabile o di un attacco terroristico. Non c’è limite, non c’è diversità al dolore.

C’è modo e modo di avere rispetto. E se c’è una cosa che mi ha fatto schifo è vedere la gente mettersi in posa per scattarsi un selfie con tanto di sorriso a 35 denti davanti alla fila di fiori, lì dove a poco meno di una settimana tantissime persone hanno messo la parola fine alla loro esistenza, gratuitamente senza passare per atroci sofferenze, senza passare per una malattia, perché sono state ammazzate da un atto ignobile e da una mente criminale.

Non sapremo mai che cosa è successo e non ci è dato saperlo.

Rimane l’amaro in bocca. Rimane l’acerbo desiderio di giustizia. Rimane l’assenza di una ragione che possa mettere fine ad una serie di interrogativi imprescindibili. Stiamo andando verso la stessa direzione del male. Stiamo andando verso la stessa direzione della fine, dell’assenza di bellezza.

Se c’è ancora un motivo per continuare a viaggiare è questa: la bellezza del mondo, la gioia della scoperta, la voglia di vivere. Ecco questi sono i motivi per cui visitare Nizza ad una settimana dagli attentati.

About friariella

Travel blogger per caso, Napoletana per scelta.
Sono un’intalliatrice agonistica e campionessa mondiale di aperitivi e bis.
Mi piace viaggiare low cost, amo la buona musica e di ogni festa divento il giullare.